Ridefinire i confini del gioco: un’indagine ontologica sullo status degli e-sport come attività sportive

SOMMARIO: Introduzione – 1. Il concetto di “sport”: criteri tradizionali e la sfida degli e-sport – 2. Lenti filosofiche per l’analisi dello sport e degli e-sport – 3. Valutazione ontologica degli e-sport e implicazioni concettuali – Conclusioni.


Introduzione

Sebbene il concetto di “sport” sia largamente diffuso nella cultura attuale, la sua definizione si presenta tutt’altro che semplice. Storicamente, essa è stata associata a caratteristiche quali un significativo sforzo fisico, l’organizzazione di eventi strutturati, oltre che un quadro normativo condiviso. Tuttavia, l’affermazione di nuove forme di confronto agonistico, come gli e-sport, sta progressivamente mettendo in crisi questa visione, sollevando interrogativi sulla necessità di rivedere i parametri tradizionali.

Sebbene si svolgano interamente in ambienti digitali, queste forme di competizione mostrano una complessità strutturale elevata, richiedendo competenze tecniche ben definite, come rapidità decisionale, sinergia tra percezione e movimento, capacità tattiche e tenuta mentale.

La loro esistenza pone una questione essenziale: è ancora indispensabile concepire l’elemento corporeo, inteso in senso tradizionale, come requisito imprescindibile per classificare un’attività come sportiva?

Lo scopo di questo contributo è sviluppare una riflessione di natura ontologica riguardo alla natura degli e-sport, valutando se possano essere riconosciuti come autentiche pratiche sportive.

L’intento è quello di esaminare il tema non solo delineando le caratteristiche e l’organizzazione di tali competizioni, ma anche affrontandolo in modo critico attraverso differenti prospettive teorico-filosofiche, al fine di chiarirne la sostanza.

Per raggiungere questo obiettivo, il lavoro prenderà avvio tracciando le caratteristiche fondamentali che, nella tradizione, definiscono ciò che viene comunemente riconosciuto come attività sportiva, per poi introdurre gli e-sport come esempio problematico e dibattuto.

In seguito, verranno analizzate le principali correnti teoriche in ambito filosofico che si sono occupate di stabilire cosa sia uno sport, in particolare l’approccio formalista, quello convenzionalista e quello interpretativista, con l’intento di applicarle al contesto degli sport elettronici, così da metterne in luce sia le possibili affinità sia gli elementi di frizione.

In conclusione, verrà condotta un’analisi di fondo sul piano ontologico, prendendo in esame sia le ragioni che sostengono sia quelle che contrastano l’inclusione degli e-sport all’interno del novero delle pratiche sportive. Saranno, inoltre, esplorate le conseguenze teoriche, simboliche e organizzative che un simile inquadramento comporterebbe.

1. Il concetto di “sport”: criteri tradizionali e la sfida degli e-sport

Individuare una definizione chiara per ciò che comunemente chiamiamo “sport” risulta particolarmente arduo, nonostante esso sia profondamente radicato nella vita moderna.

Questa complessità non deriva soltanto da una questione linguistica, bensì dal carattere sfaccettato del fenomeno stesso, influenzato da dinamiche socioculturali ed economiche. Malgrado possa apparire semplice e immediato riconoscere cosa rientri nel concetto di sport, la sua essenza teorica si rivela articolata.

Tradizionalmente, si è fatto riferimento a elementi come la presenza di competizioni organizzate, norme condivise e l’impiego di capacità fisiche o tattiche. Eppure, oggi si discute se l’esercizio fisico debba necessariamente essere il fulcro, soprattutto alla luce della diffusione di pratiche che valorizzano l’attività motoria fine, l’ingegno e la tenuta psicologica.

1.1 Elementi costitutivi dell’attività sportiva tradizionale

Il sostantivo “sport” ha origini nel francese antico, dove veniva impiegato per descrivere forme di intrattenimento.1

In epoche remote, le pratiche motorie strutturate erano già associate a finalità formative e ideali etici, mentre nella prospettiva delle scienze sociali contemporanee, tali pratiche rappresentano un “fatto sociale totale”, secondo l’interpretazione del sociologo francese Marcel Mauss, fungendo da lente attraverso cui osservare mutamenti culturali e dinamiche collettive.

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, l’indagine sociologica sul fenomeno ha adottato una visione più analitica, focalizzata sugli aspetti legati all’intrattenimento di massa e alla dimensione economica.

L’evoluzione dello sport da attività ludica a sistema globale articolato è il risultato di un più ampio processo di mercificazione delle relazioni sociali. In questo contesto, esso continua a costituire uno spazio simbolico in cui si ridefiniscono valori condivisi.2

Oggi, nelle pratiche agonistiche, emerge una struttura organizzativa fondata su competizioni ufficialmente riconosciute, coordinate da enti formali di carattere nazionale e sovranazionale, tra cui associazioni e organismi direttivi che pianificano calendari e manifestazioni, supervisionano la carriera degli sportivi e gestiscono risorse normative e finanziarie, spesso seguendo una logica gerarchica.

L’approvazione da parte di istituzioni centrali, come il CONI o il CIO, risulta essenziale per ottenere una validazione, contributi economici e l’ammissione a tornei di rilievo. Esse svolgono il ruolo di garanti del sistema competitivo, decidendo se autorizzare manifestazioni e contribuendo alla definizione di regolamenti e assetti organizzativi, anche in funzione di dinamiche strategiche e interessi di natura politico-commerciale.3

Inoltre, stabilire norme precise è un passaggio fondamentale per distinguere una semplice attività ludica da una disciplina sportiva strutturata.

Tali disposizioni delineano le caratteristiche dell’attività (obiettivi, spazi, modalità operative, criteri di valutazione), assicurano condizioni di imparzialità tra i partecipanti, consentono la registrazione dei risultati e la loro comparazione, oltre a identificare le funzioni di ciascun soggetto coinvolto.

L’origine di queste disposizioni segue una struttura verticale, che parte da documenti fondativi internazionali e si articola attraverso testi normativi nazionali e regolamenti settoriali, dando vita a un sistema giuridico autonomo ma collegato all’ordinamento dello Stato.

In parallelo alle norme ufficiali, esiste poi un insieme di principi morali non codificati (Fair Play) come correttezza, rispetto per l’avversario o rifiuto del doping, che incarnano l’etica del comportamento sportivo. Le disposizioni regolamentari, inoltre, non sono statiche, ma subiscono adattamenti e modifiche per rispondere a mutamenti culturali, tecnologici e sociali.4

Le capacità richieste nelle pratiche sportive si manifestano poi in diverse forme. Si possono individuare abilità fisiche (come padronanza del gesto, potenza muscolare o sincronia motoria), attitudini cognitive e tattiche (come la scelta delle azioni, la pianificazione di gioco o la previsione delle mosse avversarie) e risorse psicologiche (come l’entusiasmo, il controllo emotivo e la capacità di reagire alle difficoltà).

Nella maggior parte delle discipline, queste dimensioni si intrecciano, anche se con rilevanza variabile a seconda del contesto. Sta emergendo, infatti, una sempre maggiore consapevolezza del ruolo decisivo che rivestono le abilità psicologiche e tattiche, anche in ambiti in cui prevale la prestazione fisica: il riconoscimento di tali facoltà sta trasformando l’immagine dell’atleta e solleva interrogativi sul concetto stesso di sport, mettendo in crisi modelli che attribuiscono valore esclusivamente alle abilità fisiche.

Uno dei dibattiti più rilevanti, oggi, riguarda se tali abilità debbano essere considerato un requisito imprescindibile per classificare una disciplina come “sportiva”. Attività come il gioco degli scacchi e i cosiddetti “e-sport” mettono in discussione questo paradigma: gli scacchi, sebbene implichino un coinvolgimento fisico minimo, sono stati accettati come disciplina sportiva dal Comitato Olimpico Internazionale, grazie alla loro struttura competitiva, alle regole codificate, all’elevata componente tattica e alla richiesta di concentrazione prolungata sia mentale che fisica.

Gli e-sport si fondano su dinamiche virtuali ma includono tornei ufficiali, programmi di allenamento rigorosi, rapidità nei movimenti, coordinazione, pianificazione e tenuta emotiva, per cui alcuni studi individuano in queste pratiche un elemento corporeo legato alla preparazione atletica.

Il Comitato Olimpico ha iniziato un confronto su questi temi, dichiarando che tali attività possono rientrare nell’ambito sportivo se condividono i valori olimpici e si conformano a norme finalizzate alla lotta alle sostanze dopanti.

Questa discussione rappresenta una ridefinizione collettiva del significato attribuito alle differenti forme di abilità, corporee, intellettive e digitali, ed è influenzata sia dal successo mediatico sia dalle logiche economiche. Inoltre, rivela lo sforzo delle organizzazioni istituzionali di integrare nuove espressioni competitive all’interno di schemi già esistenti.5

1.2 Gli e-sport come caso controverso

Gli e-sport rappresentano una realtà ben distinta dal gaming ricreativo, avendo raggiunto una diffusione planetaria e un grande impatto sia nell’ambito socioculturale che in quello economico. Il nodo principale del dibattito riguarda la relazione tra le peculiarità strutturali di queste pratiche (interazione virtuale, competenze specifiche, forma particolare di coinvolgimento fisico) e le concezioni convenzionali di attività sportiva, aprendo una riflessione più ampia sul significato stesso del termine “sport” nell’epoca tecnologica.

Contrariamente all’idea che possa trattarsi di un fenomeno privo di struttura, il panorama degli e-sport rappresenta un sistema articolato e ben organizzato, al cui interno operano diversi soggetti: le società che creano i giochi digitali e ne controllano le meccaniche, stabilendo i parametri ufficiali e, spesso, promuovendo gli eventi principali; enti specializzati nella realizzazione di campionati e manifestazioni competitive su scala globale; organizzazioni che si occupano della selezione, preparazione e gestione degli atleti digitali, spesso dotate di staff tecnico (allenatori e psicologi); i partecipanti, sia professionisti che dilettanti, impegnati nelle varie competizioni; una platea internazionale di sostenitori che segue gli eventi attraverso piattaforme di streaming (come YouTube o Twitch) o dal vivo in impianti dedicati.

Questo insieme articolato di attori dà vita a leghe sia su scala locale che internazionale, e a eventi di rilievo mondiale con premi che possono raggiungere cifre elevate, spesso caratterizzati da meccanismi di gara sofisticati e multilivello.

Tale assetto rappresenta un elemento chiave per attribuire credibilità e valore istituzionale agli e-sport, differenziandoli in modo netto dalle esperienze ludiche occasionali e rafforzandone l’immagine presso spettatori, mezzi di comunicazione e investitori.6

Un aspetto distintivo riguarda la modalità in cui vengono gestite le regole: negli e-sport le dinamiche del gioco sono incorporate direttamente nel software e applicate in modo automatico dal sistema stesso. Questo comporta una forma di neutralità, in contrasto con l’arbitraggio umano, tipico delle discipline fisiche, che può essere passibile di valutazioni soggettive o imprecisioni, nonostante l’introduzione di strumenti tecnologici.

Tuttavia, i regolamenti degli e-sport non sono statici: possono essere aggiornati dagli sviluppatori tramite modifiche, che incidono sugli equilibri strategici del gioco e impongono ai partecipanti una continua capacità di adeguamento.

La figura dell’arbitro umano, pur non scomparendo, assume un ruolo differente: si occupa della gestione tecnica degli eventi, della supervisione del comportamento dei partecipanti, dell’applicazione dei regolamenti e del contrasto a pratiche scorrette, come l’uso di programmi non autorizzati, accordi illeciti tra giocatori o l’abuso di errori del sistema.

Proprio quest’ultimo punto solleva interrogativi morali: sfruttare una falla del gioco rappresenta ingegno o scorrettezza?

Il dibattito passa così dal gesto atletico all’interazione con un ambiente digitale programmato.7

Nonostante ciò, benché spesso non venga percepito come tale, il livello competitivo degli e-sport impone requisiti corporei ben precisi come abilità motorie fini, come movimenti rapidi, accurati e ripetuti di mani, dita e polsi, sottoposti a carichi intensi e costanti e una capacità di resistere fisicamente e mentalmente sviluppata con sessioni di preparazione prolungate.

Inoltre, l’impegno ripetuto può causare problematiche come infiammazioni ai tendini, compressione del nervo mediano, dolori alla colonna vertebrale o alla zona cervicale, e problemi alla vista.

Per questo motivo, sia i team che i singoli atleti hanno progressivamente introdotto specifici programmi di allenamento, comprendenti attività cardiovascolari ed esercizi di potenziamento e mobilità, non per imitare l’allenamento sportivo tradizionale, ma per ottimizzare la resistenza e la prontezza nei riflessi, prevenire l’insorgenza di infortuni e favorire uno stato psicofisico equilibrato.

In questo contesto, il corpo diventa un mezzo funzionale all’interazione con l’ambiente digitale.

L’analisi comparativa mette in luce sia affinità che contrasti tra gli e-sport e gli sport tradizionali. Da un lato, emergono elementi comuni come una pianificazione solida, un alto livello di competenza, impegno costante, regolamenti ben definiti e una vasta partecipazione di spettatori.

Dall’altro lato, però, si riscontrano differenze sostanziali che mettono in discussione le categorie canoniche con cui si definisce il concetto stesso di sport. Oltre, come visto, la componente corporea, altri aspetti distintivi riguardano l’integrazione profonda con l’ambiente virtuale e con regole automatizzate, e la struttura gestionale, spesso non centralizzata e fortemente condizionata dalle aziende produttrici dei giochi.

In questo senso, gli e-sport rappresentano un caso estremo che spinge a riconsiderare l’efficacia dei parametri tradizionali quando applicati a contesti nati e sviluppati nell’era della trasformazione tecnologica.8

L’identità degli sport elettronici è stata analizzata da varie correnti del pensiero filosofico, tra cui il Formalismo, il Convenzionalismo e l’Interpretativismo, che propongono prospettive interpretative divergenti.

La discussione non si limita a una questione linguistica o terminologica: definire queste pratiche come attività sportive implica conseguenze rilevanti sul piano culturale e sociale, influenzando il riconoscimento istituzionale, il prestigio o l’accesso a sovvenzioni.

2. Lenti filosofiche per l’analisi dello sport e degli e-sport

Sebbene l’attività sportiva sia presente da secoli nella pratica umana, un’analisi filosofica del suo significato ha iniziato a svilupparsi solo a partire dagli anni Settanta del secolo scorso.

Il problema principale risiede nella grande varietà delle discipline coinvolte e nella mancanza di una definizione condivisa e universalmente valida. In ogni caso, stabilire cosa debba essere considerato “sport” non è soltanto una questione teorica: da questa definizione dipendono conseguenze concrete, come il riconoscimento da parte delle istituzioni, la partecipazione a eventi olimpici e l’inserimento in programmi didattici.

È possibile concentrare l’analisi su tre correnti di pensiero appartenenti alla prospettiva “internalista9, ciascuna delle quali si propone di indagare gli elementi costitutivi e distintivi che definiscono l’essenza dell’attività sportiva.

In primo luogo, il Formalismo, associato in particolare al pensiero di Bernard Suits, che interpreta l’attività sportiva come una categoria particolare all’interno dell’universo ludico, identificabile attraverso un insieme di regole basilari.

Secondo il filosofo americano, la natura del partecipare a un gioco risiede nello sforzo deliberato di affrontare difficoltà superflue, costruito su quattro componenti principali: l’”obiettivo prelusorio”, cioè il fine concreto che caratterizza l’attività (ad esempio, colpire i birilli con una palla nel bowling); i “mezzi lusori”, cioè le modalità consentite per raggiungere il fine, selezionate intenzionalmente per non essere le più semplici possibili; le norme costitutive, cioè le prescrizioni che determinano le difficoltà, vietando soluzioni più dirette o vantaggiose; l’”atteggiamento lusorio”, cioè l’atteggiamento volontario con cui si accettano tali norme, rendendo così praticabile l’attività in questione.

Inoltre, per differenziare lo sport dalle altre forme di gioco, Suits introduce ulteriori condizioni: la presenza di una componente motoria, un riconoscimento collettivo su larga scala e una struttura organizzativa stabile nel tempo.10

Pur presentandosi come un modello coerente e ben strutturato, l’impostazione formalista è stata messa in discussione per via della sua eccessiva inflessibilità: essa, infatti, tende a escludere esempi come gli scacchi o gli stessi e-sport, in quanto non rispondenti al criterio dello sforzo fisico.

Tra l’altro, tale approccio mostra limiti sul piano etico, poiché non fornisce strumenti per valutare la correttezza morale delle norme o dei comportamenti.

Un’ulteriore criticità riguarda la mancanza di attenzione verso le regole non scritte e lo spirito condiviso della pratica sportiva, elementi fondamentali per comprenderne la cultura.

Infine, la cosiddetta “incompatibilità logica”, secondo cui infrangere una regola significherebbe cessare di partecipare al gioco stesso, è considerata problematica e poco aderente alla realtà delle pratiche sportive.11

In secondo luogo, il Convenzionalismo emerge come risposta alle rigidità del Formalismo, ponendo l’accento sul ruolo centrale delle intese informali e dei valori condivisi che permeano l’ambiente sportivo. Secondo questa prospettiva, le disposizioni normative non possono essere comprese né applicate al di fuori del contesto culturale e pratico in cui si inseriscono, fatto di abitudini collettive e aspettative comuni.12

In questa cornice, il filosofo australiano Fred D’Agostino propone la nozione di ethos per indicare quell’insieme di pratiche tacite e codici non ufficiali che orientano la concreta attuazione delle regole come, ad esempio, il grado di fisicità ritenuto accettabile in una determinata disciplina.13

Il docente e inventore statunitense William Morgan, invece, distingue tra accordi convenzionali più superficiali, utili alla coordinazione pratica, e consuetudini più profonde, radicate nei principi morali e nei significati culturali che danno senso all’attività sportiva.14

Nonostante rappresenti un approccio più elastico e maggiormente in sintonia con le dinamiche reali delle attività sportive, la visione convenzionalista viene messa in discussione per la sua indeterminatezza concettuale, che rende complesso stabilire con precisione quali siano le consuetudini effettivamente operative.

Il problema principale, tuttavia, risiede nel pericolo di scivolare verso una forma di relativismo morale: se l’autorità normativa si fonda esclusivamente su ciò che è comunemente praticato o accettato, diventa problematico mettere in discussione comportamenti diffusi ma eticamente controversi.

Questo approccio, infatti, risulta privo di un criterio valutativo esterno che consenta di analizzare criticamente le stesse convenzioni su cui si basa.15

Infine, l’Interpretativismo si propone di oltrepassare le carenze teoriche dei modelli precedenti, concentrandosi sull’individuazione della finalità intrinseca dell’attività sportiva.

Secondo filosofi come Robert Simon e J. S. Russell, il nucleo ideale attorno a cui ruota lo sport risiede nella ricerca dell’eccellenza fisico-atletica. In questa prospettiva, lo sport viene concepito come un contesto finalizzato allo sviluppo e alla messa alla prova delle capacità umane.

Questo scopo funge da criterio per interpretare norme, pratiche e comportamenti: le disposizioni regolamentari, ad esempio, dovrebbero essere comprese e applicate in modo da sostenere, e non ostacolare, la qualità distintiva che ogni disciplina mira a valorizzare.

L’orientamento interpretativista fornisce un impianto normativo solido e coerente, ma non è esente da obiezioni. Una delle principali difficoltà risiede nell’individuare con chiarezza quale sia la finalità essenziale attribuibile a ciascuna disciplina sportiva, poiché i pareri possono divergere.

Inoltre, i criteri guida proposti risultano talvolta poco precisi quando si tenta di applicarli a situazioni concrete. Un’altra critica riguarda la tendenza a considerare tali principi come universali e fuori dal tempo, trascurando i fattori culturali e storici che influenzano le pratiche sportive.16

Tali correnti filosofiche, come visto, divergono per il loro obiettivo, propongono letture differenti di situazioni al limite della definizione sportiva come, appunto, gli e-sport, gli scacchi o il parkour, e affrontano in modo differente questioni morali complesse, come l’uso di sostanze proibite.

Il Formalismo disapprova queste ultime in quanto infrangono i regolamenti; il Convenzionalismo ne discute la liceità in base all’ethos, rischiando però di legittimare comportamenti controversi; infine, l’Interpretativismo li respinge perché alterano l’aspirazione all’eccellenza fisico-atletica.

Il Formalismo, inoltre, tende a escludere gli e-sport per l’assenza di sforzo fisico; il Convenzionalismo ne valuta la legittimità in base al grado di accettazione culturale, mentre l’Interpretativismo potrebbe considerarli attività sportive se vengono intesi come terreno per coltivare abilità mentali, strategiche o tecniche.

In termini più dettagliati, la prospettiva formalista individua una contraddizione nel caso degli e-sport: pur richiedendo abilità motorie fini, rapidità eccezionale nelle risposte, coordinazione avanzata tra vista e movimenti, notevoli capacità mentali e resistenza sia psicologica che fisica, lo sforzo fisico coinvolto risulta circoscritto a specifiche aree del corpo, in particolare mani e occhi, ed è veicolato da interfacce digitali.

Ciò implica l’assenza di un’attivazione fisica estesa, caratteristica ritenuta centrale nelle forme sportive tradizionali.

Anche se queste attività soddisfano requisiti come ampia popolarità e struttura organizzativa consolidata (con campionati ufficiali, squadre professionistiche e premi multimilionari), la concezione formalista, legata a una visione più ampia della corporeità, tende a non riconoscere pienamente tali pratiche come autentiche espressioni dello sport.17

L’approccio convenzionalista non tenta di stabilire in anticipo cosa debba intendersi per componente fisica, ma si concentra su come l’ambiente di riferimento, composto da praticanti, sostenitori, organizzatori, enti sportivi e opinione pubblica, interpreta e attribuisce valore alle competenze richieste negli e-sport, come quelle mentali, tattiche, di reazione e di abilità motorie fini.

L’impiego del concetto di “atleta” per descrivere i partecipanti, la presenza di squadre e le discussioni mediatiche (come la possibilità di inserimento nei giochi olimpici, la partecipazione a manifestazioni sportive internazionali o l’espansione del mercato) sono tutti segnali di norme culturali in evoluzione, ancora oggetto di confronto.

Di conseguenza, la prospettiva convenzionalista giunge a una conclusione incerta e soggetta a variazioni: il riconoscimento degli e-sport come discipline sportive dipende da un processo collettivo ancora in evoluzione, nel quale sarà decisivo capire quali pratiche condivise finiranno per affermarsi.

Pur riuscendo a rappresentare efficacemente il carattere mutevole e aperto della nozione di sport, questo approccio espone, come detto, il rischio di cadere in una forma di relativismo, poiché non dispone di criteri solidi per mettere in discussione convenzioni che si stanno affermando, anche se fondate su logiche economiche piuttosto che su valori sostanziali.18

L’Interpretativismo non si concentra, invece, sulla presenza o assenza di movimento corporeo nel senso classico, ma si interroga piuttosto sul valore delle capacità coinvolte, come prontezza mentale, pianificazione tattica, rapidità nell’esecuzione e precisione nei gesti, e sul fatto che queste possano rappresentare un’espressione autentica di abilità umana degna di considerazione sportiva, in linea con la finalità profonda che si attribuisce, sul piano concettuale, all’attività sportiva.

In questo senso, si delineano due letture fondamentali: un punto di vista più ristretto, che associa il valore sportivo esclusivamente all’impiego del corpo in senso classico, portando a escludere le discipline digitali dal novero delle attività sportive; una prospettiva più estesa, che intende l’eccellenza come la capacità di affrontare prove articolate imposte da un sistema regolamentato, valorizzando una gamma ampia di facoltà umane, comprese quelle intellettive e di precisione motoria.

All’interno di questo quadro, anche gli e-sport possono essere riconosciuti come espressioni autentiche di eccellenza, in quanto mettono alla prova abilità complesse in un contesto agonistico.

L’esito dell’approccio interpretativista si fonda sul modo in cui si definisce il concetto di “eccellenza”. Questo orientamento apre la possibilità di riconoscere le competizioni digitali come pratiche sportive, ma solo a condizione che si possa fornire una solida argomentazione normativa che ne evidenzi la coerenza con i principi fondamentali che caratterizzano l’attività sportiva.

In tal modo, l’attenzione si sposta da parametri puramente descrittivi, come l’impiego del corpo, verso considerazioni più assiologiche, legate al significato e al valore dell’esperienza sportiva. Ciò consente una maggiore apertura concettuale, ma introduce anche il rischio di mancanza di chiarezza e precisione nei confini della definizione.19

3. Valutazione ontologica degli e-sport e implicazioni concettuali

L’espansione del fenomeno degli e-sport ha stimolato una riflessione sulla loro reale identità.

Il nodo centrale risiede nella difficoltà di stabilire cosa si debba intendere per “attività sportiva”, dato che non esiste una definizione condivisa. Attribuire o negare questa etichetta non è soltanto una questione teorica, ma comporta conseguenze tangibili: si pensi alla possibilità di essere inseriti nei programmi olimpici (tema affrontato dal Comitato Olimpico Internazionale), alla possibilità di ottenere sovvenzioni, al riconoscimento giuridico e sociale dei videogiocatori professionisti, e all’immagine pubblica che ne deriva.

L’interesse nel reputare gli e-sport come forma sportiva nasce, dunque, anche da motivazioni concrete, poiché tale riconoscimento porta benefici reali in termini di risorse economiche, agevolazioni burocratiche e attrattiva commerciale.20

Coloro che ritengono gli e-sport come assimilabili agli sport tradizionali mettono in luce numerosi elementi di continuità. In primo luogo, il modello organizzativo, per cui gli e-sport sono strutturati in campionati ed eventi su scala globale, con regolamenti codificati, standard di gioco definiti e squadre professionistiche, replicando in larga parte l’impianto degli sport convenzionali.

In secondo luogo, la preparazione, infatti i videogiocatori di alto livello si sottopongono a programmi intensivi e metodici di allenamento, includendo esercitazioni tecniche, studio di strategie e analisi di partite pregresse, il tutto guidato da figure specializzate come allenatori e analisti.

In terzo luogo, le competenze necessarie, dal momento che gli e-sport richiedono un ampio spettro di capacità, tra cui abilità mentali, prontezza nei riflessi e precisione motoria. Infine, il professionismo, per cui esiste un contesto lavorativo ben definito, con videogiocatori retribuiti, contrattualizzati, supportati da sponsorizzazioni e inseriti in un percorso di carriera specifico.

Come avuto modo di vedere, l’Interpretativismo, secondo cui l’attività sportiva è intesa come un impegno condiviso verso forme di eccellenza, può accogliere gli e-sport, a condizione che si adotti un concetto più esteso di merito, che includa anche abilità mentali e tattiche.

Allo stesso modo, il Convenzionalismo, che attribuisce centralità agli accordi socialmente costruiti, può giustificare l’inserimento degli e-sport nel panorama sportivo, facendo leva sul loro riconoscimento da parte di enti ufficiali (come il rilascio di visti per giocatori professionisti e l’integrazione in percorsi formativi accademici) e sull’accettazione collettiva.21

Di contro, una delle critiche più ricorrenti riguarda la mancanza di uno impegno fisico rilevante, inteso come il coinvolgimento di diversi muscoli del corpo, elemento ritenuto fondamentale da molte teorie classiche sullo sport. Il carattere statico degli e-sport viene spesso percepito come incompatibile con i benefici fisiologici generalmente attribuiti all’esercizio motorio tipico delle discipline sportive tradizionali.

Sul piano teorico, il Formalismo concepisce lo sport come una forma strutturata di gioco che richiede competenze fisiche e presenta diffusione sociale e riconoscimento istituzionale. In tale prospettiva, le competizioni digitali rischiano di essere escluse qualora il concetto di abilità motoria venga inteso in modo convenzionale e limitato al movimento corporeo estensivo.

Un’ulteriore obiezione si concentra sull’intervento pervasivo della tecnologia nei contesti competitivi digitali: le sfide, infatti, si svolgono all’interno di spazi simulati, resi possibili da dispositivi elettronici e programmi informatici; le regole che governano l’esperienza di gioco non sono decise da organismi indipendenti, ma sono integrate direttamente nell’architettura digitale del software, progettata dagli sviluppatori e, inoltre, i publishers detengono i diritti esclusivi sui giochi, esercitando un potere sulla progettazione, sull’aggiornamento delle dinamiche regolative, sulla concessione delle autorizzazioni d’uso e sulla gestione delle principali competizioni.

Tale modello di controllo accentrato si discosta totalmente dal sistema delle associazioni autonome che regolano le discipline sportive tradizionali. In sostanza, ogni disciplina digitale è ontologicamente subordinata a un soggetto economico esterno, che può modificarne o cessarne l’esistenza in base a scelte di mercato.22

Conclusioni

L’esame dell’identità ontologica degli e-sport ha portato alla luce una serie di problematiche morali strettamente connesse al modo in cui si intende il concetto stesso di attività sportiva.

Tra le principali riflessioni etiche emerse vi sono le criticità insite nei modelli teorici presi in considerazione: da un lato, il Convenzionalismo rischia di scivolare in una visione etica fluida e instabile, soprattutto quando la legittimazione dipende esclusivamente dal consenso collettivo o dalle dinamiche economiche; dall’altro, l’Interpretativismo invita a fare riferimento a un ideale di “eccellenza” nella performance, il quale, nel contesto digitale, deve essere rivisto per valorizzare capacità mentali, pianificazione tattica e motricità fine.

A queste si aggiungono ulteriori sfide etiche, quali la gestione responsabile da parte dei publisher che controllano le piattaforme, la regolamentazione delle condotte illecite all’interno degli ambienti virtuali e la coerenza con valori morali condivisi come il fair play e il contrasto all’uso di sostanze o strumenti che alterino le prestazioni.

È evidente un conflitto di fondo tra l’avanzare della dimensione tecnologica, rappresentata dalle competizioni legate agli e-sport, e la tutela dei principi fondativi che storicamente caratterizzano l’attività sportiva. Questo contrasto si riflette soprattutto nella discussione sull’importanza attribuita allo sforzo fisico prolungato rispetto alla valorizzazione di differenti tipologie di attività umane, come quelle cognitive o tecnico-strategiche.

Allo stesso modo, si osserva una dicotomia tra un contesto virtuale, altamente regolato e dipendente da infrastrutture digitali, e le strutture decentralizzate e culturalmente radicate dello sport tradizionale, spesso guidate da codici etici impliciti.

La questione fondamentale è comprendere in che modo sia possibile accogliere le trasformazioni introdotte dalla tecnologia mantenendo intatta la natura dello sport come percorso di crescita personale orientato al miglioramento delle capacità umane, fondato su equità, correttezza e riconoscimento reciproco, anche in un contesto segnato da forti pressioni legate al profitto.

Guardando al domani, si può ipotizzare una trasformazione progressiva della nozione stessa di “sport”, che potrebbe aprirsi in misura maggiore alle forme di competizione virtuale. È, però, fondamentale che tale trasformazione non si configuri come un semplice adattamento passivo alle tendenze del mercato o alla diffusione di massa, bensì come l’esito di un esame critico e responsabile di natura morale.

Diventa, quindi, essenziale adottare una prospettiva basata sui valori, capace di interrogarsi sul ruolo e sul significato che vogliamo attribuire alle sfide agonistiche nel contesto dell’innovazione digitale.

È fondamentale, dunque, un confronto costante tra organismi sportivi, creatori di contenuti digitali, comunità di videogiocatori e cittadini, al fine di affrontare le nuove sfide che questo scenario comporta.

Solo attraverso questa collaborazione sarà possibile garantire che l’inclusione degli e-sport avvenga in armonia con le basi etiche e culturali che conferiscono allo sport il suo valore educativo e umano, proteggendone l’autenticità rispetto alle pressioni derivanti dall’innovazione tecnologica e dagli interessi economici.


1 Roversi, A., Sport, in Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani, Roma.

2 Roversi, A – Triani, G., Sociologia dello sport, Napoli, ESI, 1995.

3 Per un approfondimento cfr. Bastianon, S., Le federazioni e il mercato dell’organizzazione degli eventi sportivi: uno sguardo al passato per cercare di capire il presente, in Rivista di Diritto Sportivo, 1, 2016, pp. 64-85.

4 Per un approfondimento Coco, D., Il concetto di regola nelle sue declinazioni ludico-educative e didattico-sportive, in Formazione & Insegnamento, 3, 2013, pp. 121-127.

5 Per un approfondimento cfr. Maietta, A., Gli e-sports: stato attuale e prospettive di inquadramento normativo, in Rivista di Diritto Sportivo, 2022.

6 Per un approfondimento cfr. Tang, W., Understanding Esports from the Perspective of Team Dynamics, in The Sport Journal (ISSN 1543-9518), Vol. 24.

7 Ibidem.

8 Per un approfondimento cfr. Kane, D., Spradley, B. D., Recognizing Esports as a Sport, in The Sport Journal (ISSN 1543-9518), Vol. 24.

9 L’approccio internalista, nell’ambito della riflessione filosofica, rappresenta una teoria che attribuisce centralità ai fattori soggettivi nell’ambito della giustificazione del sapere. Secondo questa visione, una convinzione può essere ritenuta fondata soltanto se l’individuo dispone di un accesso immediato alle ragioni che la supportano, oppure se tali giustificazioni risiedono in condizioni mentali interne alla coscienza del soggetto.

10 Per un approfondimento cfr. Suits, B., La cicala e le formiche: gioco, vita e utopia, Bergamo, Junior, 2001.

11 Antunes, P., Suits and “game-playing”: formalism and subjectivism revisited. A critique, inSport, Ethics and Philosophy, 2024, doi: 0.1080/17511321.2024.2329900.

12 Cacchiarelli, M., Società dell’anti-agonismo. Modelli filosofici della competizione, in Lessico di etica pubblica, 1, 2020, pp. 89-99.

13 Per un approfondimento cfr. D’Agostino, F., The Ethos of Games, in Journal of the Philosophy of Sport, 1, 1981, pp. 7-18.

14 Morgan, W. J., Broad Internalism, Deep Conventions, Moral Entrepreneurs, and Sport, in Journal of the Philosophy of Sport, 1, 2012, pp. 65-100.

15 Cacchiarelli, M., Società dell’anti-agonismo. Modelli filosofici della competizione, op. cit.

16 Ibidem.

17 Hauge, D., What is the Nature of Sport? Formalism, Conventionalism and Interpretivism Reconsidered, MPhil Stud Philosophical Studies, 1.

18 Ibidem.

19 Ibidem.

20 Per un approfondimento cfr. Kanellopoulos, A., Giossos, Y., Esports: Philosophical Perspectives, in European Journal of Physical Education and Sport Science, 1, 2024, pp. 125-148.

21 Hauge, D., What is the Nature of Sport? Formalism, Conventionalism and Interpretivism Reconsidered, op. cit.

22 Ibidem.


Bibliografia essenziale

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