ABSTRACT: This contribution is a review-article devoted to the volume Breve storia dell’Antropologia Forense by Elena Varotto and Francesco Maria Galassi, published by Bookstones in 2025, which is examined as an opportunity to reflect on the epistemic status and disciplinary autonomy of contemporary Forensic Anthropology. The review succinctly reconstructs the historical trajectory outlined by the Authors – from its classical roots through the Middle Ages, the Renaissance, nineteenth-century anthropometry and twentieth-century professionalisation, up to the present day – and offers a critical assessment of their ability to integrate historical, methodological and cultural perspectives. Particular attention is devoted to the methodological approaches discussed in the volume and to their implicit alignment with international orientations grounded in validation procedures and probabilistic criteria. The review also provides a focused analysis of the Italian context, highlighting structural shortcomings and the persistent need for institutional recognition. In its concluding remarks, the article underscores the ethical and social dimensions of Forensic Anthropology, emphasising – also through reference to Sappol and Garland – the understanding of the dead body as a symbolic space and therefore a social, cultural and political one. The contribution thus aims to offer both a rigorous evaluation of the volume and a theoretical framework conducive to advancing the broader disciplinary debate.
ABSTRACT: Il presente contributo è un articolo-recensione dedicato al volume Breve storia dell’Antropologia Forense di Elena Varotto e Francesco Maria Galassi, edito da Bookstones nel 2025, esaminato come occasione per riflettere sullo statuto epistemico e sull’autonomia disciplinare dell’Antropologia Forense contemporanea. La recensione ricostruisce sinteticamente il percorso storico delineato dagli Autori – dalle radici classiche al Medioevo, al Rinascimento, all’antropometria ottocentesca e alla professionalizzazione novecentesca, sino ad oggi – e valuta criticamente la loro capacità di integrare prospettiva storica, metodologica e culturale, con particolare attenzione agli approcci metodologici e all’allineamento implicito con gli orientamenti internazionali basati su validazione e criteri probabilistici. La recensione dedica inoltre un focus alla situazione italiana, evidenziando criticità strutturali e necessità di riconoscimento istituzionale. Nelle conclusioni si sottolinea la dimensione etica e sociale dell’Antropologia Forense, valorizzando, anche grazie al richiamo a Sappol e Garland, la lettura del corpo morto come spazio simbolico e dunque sociale, culturale e politico. Il contributo intende quindi offrire una valutazione rigorosa del volume e, al contempo, un inquadramento teorico utile per il dibattito disciplinare.
SOMMARIO: 1. Inquadramento teorico e obiettivi epistemologici – 2. Excursus del percorso storico: dalle radici classiche alla contemporaneità – 3. Breve analisi critica del testo – 4. La situazione italiana – 5. Conclusioni: corpo morto come spazio simbolico.
1. Inquadramento teorico e obiettivi epistemologici
Ragionare sulla dignità dell’Antropologia Forense significa, in primo luogo, interrogarsi sul suo statuto epistemico: essa è ancora un semplice “braccio tecnico” della Medicina legale, oppure un sapere dotato di proprie categorie concettuali, propri problemi di ricerca e propri standard di prova?
La risposta che emerge sia dal dibattito internazionale (“forensic anthropology has emerged as a fully distinct forensic discipline, grounded in osteology, biological anthropology, biomechanics, and forensic science”, cfr. Christensen et al., Forensic Anthropology: Current Methods and Practice, Academic Press, Oxford, 2020), sia dall’opera Breve storia dell’Antropologia Forense, di Elena Varotto e Francesco Maria Galassi, edito da Bookstones nel 2025, oggetto della presente recensione, è che l’Antropologia Forense ha oggi i tratti di una disciplina autonoma, situata all’incrocio tra medicina, biologia, archeologia e scienze sociali, ma non riducibile a nessuna di esse.
Per altro verso, la scelta del sottotitolo “Una pagina della storia della medicina“, riflette probabilmente l’ulteriore intento degli Autori, una bioarcheologa e paleopatologa (Elena Varotto), un medico, antropologo e paleopatologo (Francesco Maria Galassi), di inquadrare la disciplina in parola non come branca isolata del sapere forense, ma come parte integrante del continuum evolutivo della medicina occidentale.
I corpi – o, più precisamente, i resti umani – su cui essa lavora non sono soltanto supporti di segni medico-legali, ma una sorta di testi complessi che intrecciano biografia individuale, condizioni strutturali di vita, violenza istituzionale, pratiche funerarie e politiche della memoria. L’opera stessa si presenta come una profonda riflessione sull’intreccio tra corpo, identità (individuale e sociale) e giustizia.
L’Antropologia Forense acquista dignità sua propria in quanto in grado di tenere insieme tali dimensioni, producendo risultati che non sono sovrapponibili né alla diagnostica anatomopatologica né alla biologia molecolare. L’anatomopatologo descrive lesioni; l’antropologo forense ricostruisce biografie ossificate, collocandole in un contesto storico e sociale. È questa funzione di mediazione narrativa tra corpo e vicenda, tra individuo e collettività, che ne fonda l’autonomia scientifica.
È in tale prospettiva che va letta l’opera in esame: non solo come una ricostruzione storico-descrittiva, ma come un contributo implicito alla definizione di un’identità disciplinare distinta per oggetto, approccio e finalità.
Il volume si presenta strutturato in modo sistematico: dopo un’ampia introduzione storico-definitoria, seguono capitoli dedicati a oggetto e concetti chiave dell’Antropologia Forense, origini nel Mondo classico, sviluppo nel Medioevo e nella prima modernità, grandi casi di identificazione in Età moderna e contemporanea, consolidamento disciplinare e situazione italiana con limiti e prospettive.
Già nel primo capitolo, dove vengono precisati l’oggetto (“resti umani in contesto giudiziario o investigativo”), gli obiettivi (identificazione, analisi del trauma, ricostruzione delle circostanze di morte) e il lessico specialistico (stima di sesso, età, ancestry, statura; tafonomia; trauma perimortale vs postmortale), gli Autori pongono le basi di una definizione che non dipende dal mero uso giudiziario, ma dalla specificità dello sguardo antropologico sul corpo. L’attenzione all’“interpretazione di pattern” – e non alla singola lesione isolata – è uno dei fils rouges che attraversano l’opera.
Interessante è anche la scelta di collocare l’Antropologia Forense in continuità, ma non in sovrapposizione, con l’Antropologia fisica e l’Archeologia dei resti umani. Gli Autori, in qualche misura, sottolineano come metodi e tecniche siano condivisi (analisi morfometrica, approccio popolazione-specifico, lettura tafonomica), mentre muta il contesto di senso: nel caso forense, la finalità è la restituzione di identità individuale e responsabilità giuridica, non la ricostruzione identitaria e sociale di popolazioni antiche.
2. Excursus del percorso storico: dalle radici classiche alla contemporaneità
Le sezioni dell’opera dedicate al Mondo classico segnalano intreressanti riferimenti biblici, buddhistici e induistici, e illustrano come pratiche proto-forensi fossero già presenti in ambito greco-romano, laddove le prime descrizioni medico-legali di ferite, fratture e cause di morte venivano redatte in contesti giuridici o quasi-giuridici.
Gli Autori mettono correttamente in guardia dal proiettare retrospettivamente categorie contemporanee, ma, al contempo, mostrano come la riflessione sulla “parola del corpo” nei processi fosse già, in qualche modo, strutturata. La discussione si sviluppa attraverso puntuali richiami, tra gli altri, ad autori quali Celso e Galeno, il primo quale “proto-medico legale“, il secondo quale sistematore delle basi anatomo-fisiologiche indispensabili all’osservazione moderna.
Questa scelta è metodologicamente rilevante: anziché far nascere l’Antropologia Forense ex nihilo nell’Ottocento, il volume la inserisce in una lunga genealogia di pratiche di osservazione del cadavere, recuperando quella che Finley, in altro contesto, nella sua The Use and Abuse of History (1975), ha definito la “materialità della prova storica”.
Le pagine dedicate al Medioevo e al Rinascimento evidenziano l’ambivalenza tra divieti religiosi e necessità medico-giuridiche, ben illustrata attraverso immagini di dissezioni e tavole anatomiche raccolte nel volume.
Il merito degli Autori è di non indulgere in una lettura semplicistica (periodo “oscuro” versus Rinascimento “luminoso”), ma di mostrare continuità di pratiche e tensioni normative. Il testo evidenzia che, a partire dal XIII secolo, l’attività dei medici testimoni nei tribunali rappresenta un antecedente diretto delle odierne perizie forensi. Tali passaggi risultano particolarmente curati e fondati su un’ampia documentazione.
Con l’Età moderna, la progressiva istituzionalizzazione dell’autopsia giudiziaria e la nascita delle prime cattedre di Medicina legale aprono lo spazio per una specializzazione ulteriore: la lettura dei resti scheletrici isolati, in assenza di parti molli.
Il volume ricostruisce puntualmente la stagione ottocentesca dell’antropologia fisica e la sua ambivalenza: da un lato l’elaborazione di metodi ancora oggi utilizzati (indici cranici, misurazioni standardizzate, prime curve di crescita), dall’altro la contaminazione con ideologie razziali. Gli Autori segnalano tale nodo cruciale con chiarezza e sintesi.
Qui si colloca la vera soglia verso l’Antropologia Forense, favorita anche dall’emergere dell’antropometria e delle teorie classificatorie ottocentesche: è il periodo del consolidamento epistemico.
Le pagine mostrano un’analisi approfondita dell’influenza della scuola positivista. Particolarmente interessante è il trattamento riservato alla rilevante figura di Cesare Lombroso.
Il XX secolo viene descritto come il periodo in cui l’Antropologia Forense si afferma come “disciplina di crisi”: guerra, genocidi, disastri di massa e violenze di Stato generano nuove domande di identificazione e di accountability. Qui il legame con la storia dei diritti umani, ben evidenziato nella letteratura internazionale (si pensi ai lavori sul ruolo degli antropologi forensi in America Latina), è solo accennato, ma costituisce uno sfondo interpretativo importante.
Le parti finali mostrano un’ampia ricognizione delle conquiste del XX e XXI secolo. In particolare, dell’Età contempoaranea, connotata da genetica, statistica e professionalizzazione, sono analizzati lo sviluppo delle tecniche osteometriche, l’avvento dell’analisi del DNA, la standardizzazione delle procedure d’identificazione, l’utilizzo di tecniche radiologiche avanzate (TC, RMN, 3D modelling), l’impatto delle catastrofi collettive come banco di prova per la disciplina.
Gli Autori, pur non entrando nei dettagli statistici avanzati (inferenza bayesiana, regressioni discriminanti, approcci machine-learning), identificano perfettamente la svolta quantitativa della disciplina.
3. Breve analisi critica del testo
Uno dei punti di forza dell’opera è proprio la capacità di intrecciare il discorso storico con un’accurata presentazione dei principali strumenti metodologici.
La narrazione è arricchita dalla disamina retrospettiva di casi emblematici e figure storiche (Mitridate re del Ponto, Giulio Cesare, la regina Maria Antonietta, Adolf Hitler, etc.).
L’opera si fonda su una ricca base di fonti (testi classici, codici giuridici, trattati anatomici, riferimenti contemporanei), e su un linguaggio accurato ma accessibile.
Gli Autori dimostrano di conoscere a fondo la bibliografia scientifica recente, integrando la tradizione italiana con i contributi internazionali. Apprezzabile è anche la chiarezza con cui vengono distinte le tre macrofunzioni dell’antropologo forense (indentificazione, analisi biologico-morfologica, supporto alle indagini penbali), unitamente alla capacità di collegare tali categorie ai riferimenti normativi del Codice penale italiano.
In particolare, nei capitoli centrali – dove vengono descritti i protocolli di analisi del cranio, delle ossa lunghe, del bacino, nonché le tecniche di analisi del trauma e le più recenti acquisizioni della genetica forense – il volume mostra un’approfondita e rigorata padronanza della letteratura e degli standard internazionali.
Si può rinvenire, all’interno dell’esposizione dell’opera, la compresenza dei differenti metodi dell’Antropologia Forense – perché l’autonomia disciplinare si regge proprio sulla pluralità metodologica e sulla loro integrazione – che si traduce in tre macroaree: metodo osservazionale-morfologico, centrato su esperienza e comparazione visiva; metodo metrico-statistico, che usa regressioni, modelli popolazione-specifici e stime probabilistiche; metodo integrato osteologico-molecolare, in cui i dati morfologici sono combinati con analisi del DNA, imaging 3D e ricostruzioni facciali.
In linea con autori come Christensen (Forensic Anthropology: Current Methods and Practice, Academic Press, Oxford, 2019) o Dirkmaat (A Companion to Forensic Anthropology, Wiley-Blackwell, Hoboken, USA, 2012), gli Autori riconoscono che il salto di qualità della disciplina non consiste tanto nell’introduzione di nuove tecnologie, quanto nell’elaborazione di “standard di validazione e criteri di attendibilità probabilistica” (error rate, intervalli di confidenza, validazione su campioni noti). È questo approccio evidence-based a legittimare la testimonianza dell’antropologo forense in aula giudiziaria, differenziandola da forme meno strutturate di consulenza tecnica.
Sul piano critico, si può notare come il volume dedichi meno spazio a temi oggi molto discussi nella comunità forense, quali la riproducibilità inter-osservatore, il ruolo delle linee guida (es. SWGANTH) o le problematiche di bias cognitivo nell’interpretazione del dato. Tuttavia, per un’opera a carattere storico-sintetico, tale scelta appare coerente e comprensibile.
4. La situazione italiana
Considerazioni a parte merita il capitolo VI, dedicato alla situazione italiana, che costituisce probabilmente la sezione più militante del volume.
Gli Autori vi sostengono, in modo argomentato, che l’Antropologia Forense debba essere riconosciuta come disciplina autonoma in ambito medico, con una propria collocazione nei settori scientifico-disciplinari; curricula formativi dedicati; percorsi di specializzazione post-laurea; un riconoscimento esplicito del ruolo dell’antropologo forense nei procedimenti giudiziari e nelle squadre di disaster victim identification.
L’analisi mette in luce tre criticità principali:
- Frammentazione accademica: l’insegnamento è spesso affidato a moduli opzionali o a singoli docenti, senza strutture stabili.
- Ambiguità professionale e criticità giuridica: assenza di un albo, di profili normativi chiari, di criteri standardizzati di qualifica dell’esperto.
- Dipendenza e ancillarità dalla Medicina legale: la disciplina è spesso “assorbita” entro strutture medico-legali che ne orientano l’agenda più verso le esigenze processuali che verso lo sviluppo di ricerca di base.
Tali elementi confermano quanto già sottolineato da parte della letteratura internazionale: l’Antropologia Forense rischia, in assenza di un riconoscimento istituzionale chiaro, di essere percepita come mera “tecnica accessoria”.
Gli Autori, per converso, ne reclamano l’autonomia, anche sulla scorta di esempi esteri in cui la disciplina ha sviluppo e studio in dipartimenti dedicati e scuole di specializzazione autonome, invocando, da un lato, la necessità secondo cui “l’antropologo forense dovrebbe essere sempre coinvolto abinitio nelle attività di sopralluogo giudiziario” e, dall’altro, l’esigenza proficua di una “sempre maggiore interazione” tra realtà accademiche di studio e ricerca e professionisti che praticano concretamente sul campo.
5. Conclusioni: corpo morto come spazio simbolico
Per concludere, appare fondamentale porre nella giusta luce la dimensione etica, sociale e politica del lavoro antropologico forense. Uno degli aspetti più rilevanti, sul piano della dignità della disciplina, è proprio la consapevolezza delle sue implicazioni etiche.
Anche se l’opera recensita non si presenta come un trattato di etica forense, emergono vari spunti meritevoli di sottolineatura: la responsabilità verso i familiari delle persone scomparse; il ruolo dell’antropologo nella gestione di resti appartenenti a vittime di violenza politica o istituzionale; la tensione tra esigenze probatorie e rispetto per i riti funerari e le sensibilità religiose.
Inoltre, in linea con quanto evidenziato da studiosi come Sappol (A Traffic of Dead Bodies: Anatomy and Embodied Social Identity in Nineteenth-Century America, Princeton University Press, 2004) e Garland (The Culture of Control: Crime and Social Order in Contemporary Society, Oxford University Press, 2001), gli Autori sembrano assumere l’idea che l’Antropologia Forense non sia solo un’“applicazione della scienza alla giustizia”, ma anche una forma di pratica sociale che lavora sulla memoria dei corpi e dei conflitti.
Breviter, il corpo morto è uno spazio simbolico: un campo in cui si depositano e si sedimentano valori, paure, riti, aspettative, credenze, echi di istituzioni giuridiche e di norme sociali. In tale visione, è oggetto sociale, la scienza che lo studia è un dispositivo culturale, e le pratiche di analisi dei resti operano sulla memoria dei corpi, dei conflitti e delle relazioni di potere. Il resto umano e la scena anatomica/forense sono dunque luoghi significativi, spazi sociali, politici e culturali, e non meri oggetti medico-legali.
In altre parole, a differenza di molti reperti medico-legali, il resto umano non è solo materia biologica, e, sopratutto, non è affatto neutro, ha un valore simbolico, in quanto è sempre il resto di una persona e del suo universo spazio-temporale, rimanda a una storia individuale e a relazioni identitarie.
Il corpo morto è dunque spazio simbolico di verità, una sorta di memoria muta di cui parlano diversi autori (Buikstra, Ubelaker, e gli stessi Elena Varotto e Francesco Maria Galassi) nella misura in cui connotano il cadavere come luogo di verità e memoria materiale.
Come tale, ogni corpo morto ha avuto e continua ad avere un ruolo nella vita dei familiari e della comunità, e – ove traccia di eventi significativi per l’indagine giudiziaria o storiografica – assume rilevanza anche per contesti più ampi. E tale ineludibile natura biografica, relazionale e narrativa del corpo umano impone all’antropologo forense, in via parimenti ineludibile, una responsabilità etica superiore rispetto a molte altre scienze forensi.
L’antropologo forense lavora dentro storie di violenza, ingiustizia e vulnerabilità: vittime di violenze politiche, sparizioni forzate, guerre, genocidi, conflitti civili, disastri di massa, marginalità sociale, e tanto altro.
Egli non si limita dunque a stabilire un’identità, ma, in qualche misura, ricostruisce verità negate, restituisce dignità, ripara una ferita collettiva. Il semplice gesto di identificare una persona scomparsa, ad esempio, può significare: restituire pace ai familiari, permettere un funerale, sostenere un processo penale, documentare violazioni dei diritti umani, comprendere appieno una dinamica sociale o politica.
In fin dei conti, l’antropologo forense non descrive solo ossa, ricostruisce storie. Egli compie un vero e proprio atto narrativo: ogni storia ricostruita attribuisce significato alla morte, genera nuove verità sociali, può influenzare procedimenti giudiziari, può modificare la memoria collettiva, la lettura storiografica.
Pertanto è essenziale essere consapevoli dei bias culturali, cognitivi e istituzionali: un errore interpretativo non produce solo una dato sbagliato, può alterare la ricostruzione di un fattto, la biografia di una persona e il destino di una famiglia e, talvolta, di una intera società.
La scelta, ricorrente nell’opera Breve storia dell’Antropologia Forense di Elena Varotto e Francesco Maria Galassi, edita da Bookstones nel 2025, di collocare i casi studio all’interno di un più esteso ed articolato scenario storico-politico – guerre, regimi dittatoriali, catastrofi naturali, fenomeni migratori o crisi umanitarie – assume un significato metodologico e culturale rilevante. Tale opzione narrativa consente infatti di evitare una rappresentazione meramente tecnicistica del lavoro antropologico, mostrando come l’analisi dei resti umani non possa essere disgiunta dalle dinamiche sociali, politiche ed emotive nelle quali quei corpi sono stati generati, abbandonati, occultati o recuperati.
L’inquadramento storico e politico dei casi permette di evidenziare la natura intrinsecamente relazionale dell’indagine antropologica: ogni caso non è solo un problema osteologico o genetico, ma anche un episodio inscritto in traiettorie di violenza, conflitto, fragilità, precarietà o disordine collettivo.
Collocare le analisi forensi entro tali scenari produce inoltre un duplice effetto virtuoso. Da un lato, ribadisce – come detto – la dimensione etica della disciplina, richiamando la responsabilità dell’antropologo nel trattare resti umani che sono parte di storie personali e memorie comunitarie; dall’altro, conferisce al testo un carattere divulgativo efficace, rendendo la narrazione più accessibile, dinamica e coinvolgente, capace di raggiungere un pubblico non specialistico senza sacrificare il rigore scientifico.
In tal modo, l’opera mostra come la contestualizzazione socio-storica non sia un semplice abbellimento narrativo, ma uno strumento epistemico che restituisce complessità e profondità al lavoro antropologico, valorizzando la sua inscindibile connessione con i processi storici, le dinamiche politiche e le strutture di potere che attraversano i corpi e la loro memoria.
Luigi Zito