Dai roghi alla censura: storia di un lungo medioevo

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Abbatantuono, L. (2026). Dai roghi alla censura: storia di un lungo medioevo. Aequitas Magazine, 4, 14-20.

DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.19398195


ABSTRACT (EN) This article examines censorship as a structural feature of power systems, adopting a long-term perspective that spans different historical periods and socio-political contexts. Starting from the invention of the printing press in the fifteenth century – an innovation that profoundly reshaped the production and circulation of knowledge – the study reconstructs the main forms of cultural control, ranging from the ecclesiastical institutionalization of the Index librorum prohibitorum to pre-modern practices of material destruction of texts, as well as the juridical codification of censorship in modern states and its systematic implementation in twentieth-century totalitarian regimes. Through a historical-comparative approach, the paper highlights the underlying continuity among diverse forms of censorship, showing how they respond to a common logic of discourse regulation and control over access to knowledge. The analysis also extends to contemporary contexts, demonstrating the persistence of censorship practices even within societies formally grounded in freedom of expression. In this framework, the notion of a “long Middle Ages” is reinterpreted as an analytical category capable of capturing the enduring dynamics of selection, exclusion, and disciplining of knowledge. The article ultimately provides a unified interpretative lens on the relationship between knowledge and power, arguing that censorship should not be regarded as a historical anomaly, but rather as a recurring mode of structuring social order.

ABSTRACT (IT) Il contributo analizza la censura quale fenomeno strutturale dei sistemi di potere, proponendo una lettura di lungo periodo che attraversa epoche storiche e contesti politico-culturali differenti. A partire dalla rivoluzione tipografica del Quattrocento, che ha determinato una radicale trasformazione nelle modalità di produzione e diffusione del sapere, l’indagine ricostruisce le principali forme di controllo della cultura: dall’istituzionalizzazione ecclesiastica dell’Index librorum prohibitorum alle pratiche pre-moderne di distruzione materiale dei testi, fino alla formalizzazione giuridica della censura negli Stati moderni e ai sistemi repressivi dei regimi totalitari del Novecento. Attraverso un approccio storico-comparativo, il lavoro evidenzia la continuità tra le diverse manifestazioni della censura, mettendo in luce come esse rispondano a una medesima logica di regolazione del discorso e di delimitazione dell’accesso al sapere. L’analisi si estende infine al contesto contemporaneo, dimostrando la persistente attualità delle pratiche censorie, anche in società formalmente fondate sulla libertà di espressione. In tale prospettiva, il concetto di “lungo medioevo” viene reinterpretato come categoria euristica, idonea a descrivere la permanenza di dinamiche di selezione, esclusione e disciplinamento della conoscenza. Il contributo si propone dunque di offrire una chiave di lettura unitaria del rapporto tra sapere e potere, evidenziando come la censura costituisca non un’anomalia storica, bensì una modalità ricorrente di organizzazione dei sistemi sociali.


La tecnica della stampa fu inventata nella seconda metà del Quattrocento a Magonza. Danke, Herr Gutenberg!

Con essa, la meccanizzazione della produzione di testi scritti — non soltanto libri — rese sensibilmente più rapida e capillare la diffusione del sapere, incidendo in profondità sugli equilibri culturali e, inevitabilmente, politici dell’epoca. Non a caso, la storiografia più attenta ha evidenziato come l’introduzione della stampa non abbia rappresentato soltanto un progresso tecnico, ma una vera e propria trasformazione strutturale degli equilibri culturali, incidendo sulle modalità di trasmissione del sapere e sulla stessa configurazione del potere (Eisenstein 1979). Di fatto, una trasformazione di tale portata non poteva restare priva di riscontro da parte delle autorità religiose, le quali colsero immediatamente la portata destabilizzante di una circolazione non mediata delle idee.

In tale contesto si colloca la decisione della Chiesa di elaborare forme sistematiche di controllo del sapere. Nel 1559 papa Paolo IV, figura storicamente associata alla più rigorosa stagione inquisitoriale, promulgò l’Index librorum prohibitorum, destinato a divenire nei secoli uno degli strumenti più emblematici di regolazione della produzione culturale. L’Index, aggiornato periodicamente fino al Novecento, venne formalmente soppresso, dalla Congregazione per la dottrina della fede, soltanto il 4 febbraio 1966, nel quadro delle riforme del Concilio Vaticano II sotto papa Paolo VI, perdendo così ogni valore giuridico.

Si trattava di un elenco ufficiale di opere ritenute contrarie alla fede e alla morale, la cui selezione era affidata alla Congregazione dell’Indice, istituita nel 1571 da papa Pio V e successivamente sostituita dalla Congregazione del Sant’Uffizio. Il sistema non si limitava al divieto assoluto: con il tempo si affermò il principio della expurgatio, che consentiva la circolazione dei testi previa eliminazione delle parti considerate problematiche. Una soluzione apparentemente più flessibile, ma che, nella sostanza, confermava il medesimo presupposto: la legittimità del potere di intervenire sul contenuto del sapere. In tale prospettiva, il controllo dei testi non appare come una mera attività repressiva, bensì come una più ampia strategia di regolazione del discorso, attraverso cui il potere definisce ciò che può essere detto, trasmesso e legittimamente conosciuto (Foucault 1971).

Oggi la documentazione integrale è conservata presso l’Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede ma si ferma ai testi del 1958, consultabili solo dagli studiosi e su specifica motivata richiesta. Quali i libri banditi? E quali gli autori scomunicati?

Tra i libri inclusi nella prima versione dell’Index figuravano opere oggi considerate pilastri della tradizione letteraria occidentale, come il Decameron di Boccaccio, le opere di Machiavelli, il De Monarchia di Dante Alighieri e l’Orlando Furioso di Ariosto. Col trascorrere degli anni, la Chiesa introdusse l’astuto (più diplomatico) e citato principio della expurgatio: piuttosto che proibire integralmente la pubblicazione di un testo, se ne concedeva la diffusione solo dopo averne depennato le parti considerate “problematiche”. Tuttavia tale ammorbidimento non consentì di frenare la vis oscurandi del Papato. Nei secoli successivi, l’elenco si ampliò fino a includere autori quali Kant, Cartesio, Giordano Bruno, Galileo, Foscolo, Voltaire, Spinoza, Rousseau, Hobbes, d’Annunzio, Simone de Beauvoir ed Émile Zola, a conferma della tensione costante tra produzione culturale e autorità.

La censura, lungi dal configurarsi come un insieme di interventi episodici, si presenta piuttosto come un sistema articolato, composto da pratiche, istituzioni e procedure volte a governare la circolazione delle idee all’interno di un determinato contesto sociale (Darnton 2014).

E tuttavia, la formalizzazione della censura nel XVI secolo non rappresenta un punto di origine, bensì un momento di sistematizzazione di pratiche già ampiamente diffuse. Molto prima dell’Index, infatti, il potere -soprattutto religioso – aveva già sviluppato strumenti di controllo delle idee fondati sulla distruzione materiale dei testi e sulla repressione degli autori. In epoca anteriore alla codificazione normativa, il controllo del sapere si esercitava prevalentemente attraverso la distruzione materiale dei supporti della conoscenza, in una logica che identificava il testo non solo come veicolo di idee, ma come oggetto fisico da eliminare (Darnton 2009).

Innumerevoli furono nei secoli le ostilità aperte del potere spirituale contro la Cultura, fin dal primo Concilio di Nicea del 325 d.C., passando da Innocenzo III a Leone X, fino alle continue e reiterate manovre messe in campo lungo tutto il Medioevo. Tra queste, il rogo materiale dei libri era una forma immediata di controllo delle coscienze, spesso utilizzata per distruggere testi considerati eretici, immorali o pericolosi, specialmente in concomitanza di contestazioni aperte tra i potenti di turno che misuravano la rispettiva potenza contando uomini ed eliminando intellettuali. Fenomeno per nulla raro, a quei tempi.

Pensiamo ad esempio al rogo di Parigi dell’estate del 1242: uno dei più grandi ed emblematici roghi medievali che la Storia ricordi. Era il 1240 quando, nell’antica Lutetia da poco ridenominata Parigi, l’ebreo convertito Nicholas Donin denunciò il Talmud in pubblica controversia. Avallando quella trovata, il re Luigi IX (sovrano poi divenuto San Luigi) ordinò la confisca e la distruzione di tutti i Talmud allora in circolazione. Le cronache riportano che il 17 giugno 1242 furono bruciati ventiquattro carri di manoscritti ebraici. Un’incalcolabile perdita bibliografica e culturale, che testimonia la radicalità delle strategie di controllo allora in atto.

Pratiche analoghe si diffusero anche in altri contesti europei, come nella cattolicissima Spagna dei sovrani “illuminati” Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, dove l’azione dell’Inquisizione portò alla distruzione sistematica di testi ritenuti eretici.

I cosiddetti “falò delle vanità”, tra cui spicca quello organizzato da Girolamo Savonarola a Firenze il 7 febbraio 1497 in Piazza della Signoria, rappresentano una forma particolarmente significativa di epurazione culturale, estesa non soltanto ai libri ma anche a oggetti e opere considerati moralmente pericolosi, inclusi beni artistici. Analogamente, il rogo di Roma del 9 settembre 1553 in Campo de’ Fiori. Era la festa di Rosh Hashanah, il capodanno ebraico, e il cardinale Carafa (futuro Papa Paolo IV) con l’approvazione di papa Giulio III ordinò di bruciare migliaia di copie sia del Talmud che di altri libri ebraici, tutti confiscati in varie città della penisola italica, inserendosi in una più ampia strategia di repressione religiosa.

Fu, tra l’altro, una spettacolare eliminazione in pubblica piazza non solo di libri ma di beni considerati peccaminosi: bruciati specchi, cosmetici, abiti di lusso, strumenti musicali, libri e dipinti considerati “immorali”, compresi alcuni creati da Sandro Botticelli.

Durante la Guerra dei Trent’anni (1618–1648), la sistematica distruzione di libri e biblioteche divenne una componente devastante e strutturale del conflitto religioso e politico, accompagnando il saccheggio delle città e configurandosi come strumento di annientamento culturale oltre che militare. In tali contesti, la soppressione del sapere si intrecciava strettamente con le dinamiche di potere e con la volontà di eliminare ogni forma di dissenso confessionale, con il pretesto considerato “sacro” di voler cancellare l’eresia confessionale.

Con il passaggio all’età contemporanea, la censura assume forme giuridicamente strutturate. Nell’Italia fascista, tra il 1938 e il 1942, vennero predisposte liste di autori e opere “sgradite” al regime, in applicazione del Testo unico di pubblica sicurezza del 1926, che consentiva interventi repressivi nei confronti di pubblicazioni ritenute “contrarie agli ordinamenti politici, sociali o economici dello Stato”, o anche solo “lesive del prestigio dello Stato o dell’autorità“, oppure “offensive del sentimento nazionale“. Con l’avvento dello Stato moderno, il controllo della produzione culturale tende a formalizzarsi entro strumenti giuridici, trasformando la censura da pratica contingente a funzione istituzionalizzata dell’ordinamento (Darnton 2014).

Emblematico è il caso della Biblioteca Universitaria di Bologna, dove, in ottemperanza a una specifica circolare del 23 settembre 1942 firmata da Giuseppe Bottai (prima a capo del ministero delle corporazioni e poi ministro dell’educazione nazionale), i libri sottoposti a censura furono marchiati col timbro “Lib. Sg.”, cioè libro sgradito, a marchiare la loro esclusione dal circuito culturale legittimo.

Ancora più radicale fu il sistema censorio del Terzo Reich, dove la gestione della produzione culturale fu centralizzata sotto la spietata ed efficace direzione del Ministero della Propaganda guidato da Joseph Goebbels. I roghi di libri del 1933 costituiscono una delle manifestazioni più emblematiche della distruzione simbolica e materiale del sapere. In tale contesto, la distruzione dei libri assume una valenza che trascende la dimensione materiale, configurandosi come atto simbolico di annientamento dell’alterità culturale e anticipazione di forme più radicali di violenza (Foucault 1975). Le opere bruciate appartenevano a autori considerati portatori di uno “spirito non tedesco” o di una “cultura degenerata”, ebrei, comunisti, socialisti, artisti delle avanguardie, sostenitori della Repubblica di Weimar, critici della morale e della religione, pacifisti, giornalisti oppositori e satirici.

Il più grande di questi roghi avvenne il 10 maggio 1933 nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino: in una sola notte i membri dell’Associazione degli studenti tedeschi bruciarono venticinquemila volumi. Si trattava dei libri contenuti nelle liste nere compilate dal bibliotecario Wolfgang Herrmann, liste con le quali i nazisti saccheggiavano librerie private e biblioteche pubbliche e accademiche, per poi inscenare queste teatrali spettacolarizzazioni.

Tra le opere date alle fiamme ci furono quelle dei ben noti socialisti Bertolt Brecht e August Bebel, del padre del comunismo, Karl Marx, e perfino di Ernest Hemingway, ritenuto apportatore di “influenze corruttrici straniere”. Altri scrittori americani inclusi nella lista nera furono gli americani Jack London, Theodore Dreiser, e Helen Keller. Bruciate finirono anche le opere di Thomas Mann, Premio Nobel per la letteratura nel 1929 che però, avendo sostenuto la Repubblica di Weimar e ostacolato il fascismo, aveva pure urtato il Nazismo. Bruciarono altresì lavori di Enrich Maria-Remarque, autore di Niente di nuovo sul fronte occidentale, opera definita dai nazisti come “il tradimento letterario dei soldati tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale”.

Lanciati nel fuoco anche gli scritti di Erich Kästner, Heinrich Mann e Ernst Gläser, accusati da Goebbels di essere stati tra i primi rappresentanti della letteratura tedesca a fomentare le critiche al regime nazista. E furono bruciate anche le poesie dell’ebreo Heinrich Heine, fino a poco prima molto amato in Germania. Era stato lui, nel 1820, a scrivere: “Là dove si bruciano i libri, prima o poi si bruceranno anche gli esseri umani”. Tale celebre affermazione assume, alla luce di tali eventi, una valenza non soltanto profetica, ma lucidamente descrittiva del rapporto tra censura e violenza politica.

Un’analisi di lungo periodo mostra come la censura non sia affatto un fenomeno confinato al passato. Numerosi casi dimostrano la persistenza, anche in epoca contemporanea, di pratiche di limitazione della circolazione delle idee. Opere oggetto di procedimenti censorii per ragioni legate alla moralità o alla presunta pericolosità sociale. Madame Bovary di Gustave Flaubert, edito nel 1856, fu accusato di immoralità e oscenità per alcuni passaggi definiti “scandalosi“. L’Ulisse di Joyce fu trascinato in vari processi per pornografia. Perfino Il mago di Oz fu censurato perché le donne avevano troppo potere nella storia. Lolita anche, perché in esso si trattava di sessualità in modo troppo esplicito. E censurato fu Fahrenheit 451 proprio perché sostiene l’importanza dei libri.

Tra i libri più censurati della storia non può dimenticarsi Il Manifesto Comunista di Marx e Engels: in Turchia fu addirittura vietato dal 1848 fino al 2013. In pratica, per quasi 170 anni, ai turchi è stato proibito di avvicinarsi al fondamento della dottrina comunista.

Ancora oggi, libri molto noti risultano vietati o limitati in vari paesi. American Psycho di Bret Easton Ellis non può essere letto in Australia. Il Codice Da Vinci di Dan Brown è vietato in Libano. I versi satanici di Salman Rushdie, che hanno procurano perfino la scomunica musulmana (takfir) all’autore, sono tuttora banditi in India, Bangladesh, Sudan, Sud Africa, Kenya, Kuwait e un’altra dozzina di Paesi. In Cina, Kenya, Cuba ed Emirati Arabi è proibita la circolazione de La Fattoria degli animali di George Orwell. L’ingresso di Harry Potter fu proibito in alcune parti degli Stati Uniti fin dalla sua prima edizione perché si riteneva che potesse avvicinare i lettori all’esoterismo o spingere i giovani verso la stregoneria o il satanismo.

Anche Il buio oltre la siepe fu a lungo censurato. E pensare che fu proprio Harper Lee a scrivere, in quelle pagine, “Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?”.

Particolarmente significativo è il dato relativo agli Stati Uniti, dove nel 2022 l’American Library Association ha registrato 1.269 richieste di censura libraria, il valore più elevato degli ultimi venti anni.

Alla luce di quanto esposto, emerge con chiarezza una linea di continuità che attraversa i secoli: la tensione tra libertà del sapere e controllo del potere. Ciò che emerge, al di là delle differenze storiche, è una persistente continuità di fondo: la tendenza dei sistemi di potere a delimitare l’accesso al sapere quale condizione per il mantenimento della propria stabilità (Foucault 1971; Darnton 2014). In tale prospettiva, il riferimento a un “lungo medioevo” non va inteso come categoria cronologica, bensì come chiave interpretativa volta a descrivere la persistenza di logiche di selezione, esclusione e disciplinamento del sapere.

La censura, lungi dall’essere un residuo di epoche superate, si configura come una dimensione strutturale delle società, riemergendo ogniqualvolta il potere percepisce la libera circolazione delle idee come una minaccia alla propria stabilità. In questo senso, la storia della censura non è soltanto una storia del passato, ma una lente attraverso cui osservare criticamente il presente. In tale prospettiva, la censura non appare come un’anomalia storica, ma come una modalità ricorrente di organizzazione del rapporto tra conoscenza e potere, destinata a riproporsi, con forme diverse, in ogni contesto in cui la libera circolazione delle idee venga percepita come fattore destabilizzante (Eisenstein 1979; Darnton 2014).

Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire” (George Orwell, Preface to Animal Farm, 1945).


Bibliografia essenziale

DARNTON Robert, The Case for Books: Past, Present, and Future, PublicAffairs, New York, 2009.

DARNTON Robert, Censors at Work: How States Shaped Literature, W.W. Norton & Company, New York, 2014.

EISEINSTEIN Elizabeth L., The Printing Press as an Agent of Change: Communications and Cultural Transformations in Early-Modern Europe, Cambridge University Press, Cambridge, 1979.

FOUCAULT Michel, L’ordine del discorso, Einaudi, Torino, 1971.

FOUCAULT Michel, Sorvegliare e punire: Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1975.

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